Mese: giugno 2017

Nichiren Daishonin


Nichiren Daishonin è considerato un grande riformatore del Buddismo medievale giapponese. La sua dottrina si basa sul Sutra del Loto, predicato da Shakyamuni, e sugli insegnamenti dei filosofi T’ient-t’ai (538-597) e Dengyo (767-822).

Per risolvere la sofferenza umana


Nichiren nacque in Giappone nel 1222, un’epoca devastata da disordini sociali e disastri naturali che affliggevano la popolazione. Fin da ragazzo si domandava perché gli insegnamenti buddisti avessero perso il potere di far vivere le persone in modo felice e realizzato, e decise di trovare una risposta. A sedici anni divenne monaco, dedicandosi totalmente agli studi buddisti. L’approfondimento dei sutra lo convinse che il Sutra del Loto contenesse l’essenza dell’illuminazione di Shakyamuni e la chiave per trasformare la sofferenza umana e far fiorire la società.

L’essenza del Buddismo di Nichiren

Il Sutra del Loto afferma che tutte le persone, indipendentemente dal genere, dalle capacità individuali e dalla condizione sociale posseggono intrinsecamente le qualità di un Budda e sono dunque altrettanto degne del massimo rispetto.

Basandosi sullo studio del Sutra del Loto Nichiren stabilì che l’invocazione del titolo del sutra Myoho-renge-kyo preceduto dal termine Nam (in sanscrito “dedicarsi”) fosse la pratica universale che consentiva a tutti di manifestare la Buddità inerente alla loro vita e di ottenere la forza e la saggezza per superare ogni avversità. Egli vide in questo sutra un veicolo per la realizzazione di tutte le persone, chiarendo che ogni essere umano può ottenere l’Illuminazione e vivere felicemente nella vita presente.

Le persecuzioni

Nichiren era molto critico nei confronti delle altre scuole buddiste dell’epoca, considerandole funzionali agli interessi della classe dirigente perché di fatto incoraggiavano la passività della popolazione. Egli richiamava la classe dirigente ai propri doveri, ricordando che aveva la responsabilità della sofferenza della gente e dunque anche quella di trovare una soluzione. L’idea che lo stato esistesse per il bene del popolo era rivoluzionaria per l’epoca.

Per questo egli fu vittima di assalti e persecuzioni anche molto violente da parte del governo militare e delle scuole buddiste più potenti, ma rifiutò sempre di indietreggiare e di negare i suoi principi.
Il suo lascito sta nell’instancabile lotta per la felicità di tutte le persone e nel desiderio di costruire una società che rispetti la dignità e il potenziale di ogni singola esistenza (fonte sgi Italia ) .

Studio sul Karma

Significato e storia dalle origini 

Il concetto di karma in senso buddista viene spesso frainteso anche in oriente, dove ha una lunga storia ed è tuttora presente in numerose culture.
In passato questo principio è stato usato in modo negativo per far sì che i membri svantaggiati della società accettassero le condizioni di vita che si trovavano ad affrontare. Secondo questa interpretazione “rivolta al passato” loro stessi ne erano stati gli artefici, e la sofferenza presente non era che la conseguenza di azioni negative che avevano posto nel passato.

Così, giudicandosi riprovevoli e colpevoli della propria situazione, molti venivano presi da un senso di impotenza. Questa però è una distorsione del significato buddista di karma. Accettare l’idea del karma non significa vivere oppressi dalla colpa e con l’incertezza di non conoscere le cause passate della propria infelicità, ma al contrario significa avere fiducia che il destino è nelle nostre mani e che abbiamo il potere di trasformarlo al meglio in ogni momento.
Karma, letteralmente, significa “azione”. Indica il funzionamento universale di un principio di causalità simile a quello di cui parla la scienza, secondo cui ogni cosa nell’universo esiste all’interno di uno schema di causa ed effetto: “per ogni azione, c’è una reazione uguale e contraria”. La differenza tra la causalità delle scienze naturali e il principio buddista del karma è che quest’ultimo non si limita alle cose che possono essere viste o misurate: esso si riferisce anche gli aspetti invisibili o spirituali della vita, alle sensazioni o alle esperienze di felicità o miseria, gentilezza o crudeltà. In un discorso pronunciato nel 1993, Daisaku Ikeda ha detto a questo proposito: «Il concetto buddista di relazione causale differisce in modo fondamentale dal tipo di causalità che, secondo la scienza moderna, governa il mondo naturale oggettivo in quanto separato dalle preoccupazioni individuali dell’essere umano. Il rapporto di causalità, nell’ottica buddista, abbraccia la natura in senso più lato, comprendendo tutta l’umana esistenza. Per spiegare meglio la differenza, poniamo che sia accaduto un incidente o un disastro. Applicando la teoria di causalità meccanicistica si può indagarne e chiarirne le dinamiche, ma nulla si saprebbe sul perché proprio certi individui siano rimasti coinvolti nel tragico evento. Anzi, la visione meccanicistica rifiuta a priori tali domande esistenziali». Al contrario, il concetto buddista di causalità risponde proprio a queste pregnanti domande.
Originariamente la parola sanscrita karma indicava attività o funzione, ed era correlata a verbi che significavano semplicemente “fare”. Secondo il Buddismo, noi creiamo il karma su tre livelli: attraverso i pensieri, le parole e le azioni. Le azioni, ovviamente, hanno un impatto maggiore delle parole. Allo stesso modo, quando diamo voce alle nostre idee, ciò crea un karma più pesante rispetto al solo pensarle. Tuttavia, poiché sia le parole sia le azioni hanno origine nei pensieri, anche il contenuto di ciò che sentiamo e pensiamo è di cruciale importanza.
Possiamo immaginare il karma come il cuore della nostra personalità, come l’insieme delle tendenze radicate impresse nel punto più profondo della nostra vita. I cicli di causa ed effetto vanno oltre l’attuale esistenza: determinano il modo in cui iniziamo questa vita (le nostre particolari circostanze al momento della nascita) e continuano dopo la nostra morte. Lo scopo della pratica buddista è di trasformare la nostra principale tendenza vitale per realizzare pienamente il nostro potenziale umano in questa vita e oltre. Come afferma un antico testo buddista: «Se vuoi capire le cause del passato, guarda i risultati che si manifestano nel presente. E se vuoi capire quali risultati si manifesteranno nel futuro, guarda le cause poste nel presente».
Il karma quindi, come ogni cosa, è in costante divenire: creiamo il nostro presente e il nostro futuro attraverso le scelte che facciamo in ogni momento. Sotto questa luce, l’insegnamento del karma non incoraggia alla rassegnazione, ma restituisce il potere di diventare protagonisti nello svolgimento della propria vita. 
Fonte: sgi-italia

      

Causa ed effetto: karma 

Il Buddismo – in generale – insegna che la legge di causa ed effetto sottende il funzionamento di tutti i fenomeni. Pensieri, parole e azioni positive creano effetti positivi e portano alla felicità. D’altro canto pensieri, parole e azioni negative, ovvero tutto ciò che in qualche modo offende la dignità della vita, conducono all’infelicità. Questo – in estrema sintesi – è il principio generale del karma.
Negli insegnamenti buddisti precedenti al Sutra del Loto, la pratica religiosa è vista come un percorso di cambiamento graduale. Partendo da una condizione fondamentalmente imperfetta, il comune mortale – attraverso sforzi diligenti per accumulare cause positive ed evitare quelle negative – compie un processo di trasformazione della propria vita indirizzandola verso uno stato di perfezione assoluta: la Buddità.
Nichiren Daishonin, partendo da quanto viene rivelato nel Sutra del Loto, insegna che il conseguimento della Buddità è invece governato da una causalità più profonda che offre una visione radicalmente diversa dell’essere umano e del conseguimento della Buddità. In tale prospettiva, illusione e Illuminazione – il comune mortale e il Budda – sono due manifestazioni della vita, che di per sé è neutra. Anche se la condizione umana “di base” è intrisa di illusione, manifestare la Buddità non richiede un mutamento fondamentale di tale natura; in effetti la convinzione stessa che la Buddità sia in qualche modo lontana dalla realtà quotidiana è di per sé un’illusione.

La differenza fra gli insegnamenti precedenti e quelli successivi al Sutra del Loto può essere chiarita ulteriormente grazie alla teoria dei Dieci mondi. Questo principio descrive il nostro stato vitale interiore in ogni istante definendolo in base a uno dei dieci mondi, da quello pieno di sofferenza dell’Inferno a quello pieno di gioia della Buddità; si può passare da un mondo a un altro a seconda della direzione che noi stessi imprimiamo alla nostra esistenza e in base a come rispondiamo agli stimoli dell’ambiente.

Negli insegnamenti predicati da Shakyamuni prima del Sutra del Loto, i comuni mortali portano avanti la loro pratica nei nove mondi (causa) e alla fine ottengono la Buddità (effetto). I nove mondi spariscono per essere sostituiti dal mondo di Buddità. Il Sutra del Loto, invece, chiarisce che la Buddità e i nove mondi sono perfettamente inerenti alla vita in qualsiasi momento, e che il mondo di Buddità si manifesta attraverso la fede e la pratica buddista.

La differenza fra questi due punti di vista si può illustrare attraverso un’analogia con i video game. Nella visione più “antica” del processo di Illuminazione è come se il protagonista del video game (il comune mortale), attraverso i vari stadi di avanzamento del gioco, accumulasse sempre più poteri e capacità. Nell’ottica del Sutra del Loto, al contrario, il “giocatore” è già in possesso, sin dall’inizio, di tutti i poteri possibili: ha soltanto bisogno di un mezzo per dischiuderli e dispiegarli.

La pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin permette proprio questo, di manifestare la Buddità qui e ora, nella vita quotidiana. In quest’ottica, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo con fede nella propria inerente natura di Budda può essere paragonata all’utilizzo di un codice che permette di accedere al potenziale della Buddità.

Facendo emergere la nostra natura illuminata – le cui caratteristiche sono: coraggio, compassione e forza vitale – ci “attrezziamo” per affrontare al meglio le sfide e i problemi della vita quotidiana, per trasformare la realtà e dare concretezza alla nostra Illuminazione. Sfide e problemi, in tal senso, diventano uno strumento per dimostrare la forza e la realtà della nostra natura illuminata e per ispirare gli altri a seguire lo stesso cammino. Il Buddismo ci permette di vivere sempre nel momento presente, sviluppando una grande fiducia la cui componente chiave è la fede nella natura illuminata inerente alla vita stessa.

Questa prospettiva rivoluzionaria del conseguimento della Buddità si esprime nel concetto di simultaneità di causa ed effetto. I nove mondi, che rappresentano la causa, e il mondo di Buddità, che rappresenta l’effetto, esistono simultaneamente nelle nostre vite. Ciò è simboleggiato dal loto, che presenta contemporaneamente sia i fiori (metafora del comune mortale) sia i frutti (metafora della Buddità).

Quando manifestiamo piena fiducia nella nostra innata natura di Budda e nella capacità di trasformare e trionfare su qualunque tipo di sofferenza, i problemi diventano sfide da accogliere, piuttosto che da evitare. Questo senso di fiducia e determinazione di fronte alle difficoltà diventa esso stesso una manifestazione della Buddità che, in accordo col principio di causa ed effetto, assicura la felicità nella vita.
(dalla rivista SGI Quarterly aprile 2013) Fonte: sgi-italia

Pena di morte 

Il presidente della Soka Gakkai Internazionale Daisaku Ikeda si è costantemente opposto alla punizione capitale basandosi sul principio buddista della suprema dignità della vita. La Soka Gakkai e tutti e i suoi organi di informazione hanno assunto una posizione in linea con quella del presidente. (L’organo di stampa della Soka Gakkai, il quotidiano Seikyo Shimbun che ha una tiratura di 5.5 milioni di copie, ha pubblicato numerosi articoli ed editoriali sull’abolizione della pena di morte). 

Nel capitolo “Abolizione della Pena di Morte” del libro Choose Life, (ed. originale 1975; trad. italiana Dialoghi, Bompiani, 1988) che contiene i dialoghi tenuti da Ikeda con lo storico inglese Arnold Toynbee, il presidente della Sgi fornisce il suo punto di vista sull’abolizione della pena capitale: 

«La ragione per la quale insisto sulla necessità di abolire dovunque la pena di morte si basa sul rispetto buddista per la vita. Chi si schiera per l’abolizione della pena di morte di solito basa la sua argomentazione su due punti: un essere umano non ha il diritto di giudicare e metterne a morte un altro; l’abolizione della pena di morte non fa aumentare il numero di crimini. Chi invece è a favore della pena capitale è fermamente convinto che questa punizione diminuisca il numero dei reati. Che abbia o no quest’effetto, la pena di morte implica la soppressione di una vita come deterrente o come rappresaglia di un crimine. Ma una ritorsione, provocandone inevitabilmente un’altra, mette in moto una catena di atti malvagi. A mio parere la vita, in quanto valore assoluto meritevole del più grande rispetto, non deve mai essere utilizzata come strumento per ottenere qualcosa di diverso dalla vita stessa. La dignità della vita è un fine in sé, quindi, se è necessaria una costrizione sociale, occorre trovare un altro metodo che non coinvolga la vita. 


Il ricorso alla pena di morte come deterrente mette in luce la deplorevole tendenza che per lungo tempo ha afflitto la società umana e che oggi pare addirittura accentuarsi, vale a dire la tendenza a sottovalutare la vita. La guerra è una delle principale cause di questa tendenza. In quasi tutti i casi, le guerre si combattono fra Stati che agiscono nel loro esclusivo interesse: la vita umana è considerata soltanto un mezzo per ottenere la vittoria e, in quanto tale, può esser utilizzata e spesa. Non c’è crimine umano più odioso di questo. Fino a quando sarà consentito commettere liberamente questo delitto mostruoso, tutti gli altri reati seguiteranno a esser commessi su scala sempre più ampia e più grave» (Dialoghi, cit, p. 156). 

E afferma ancora:«Nell’interesse della società dobbiamo arrestare la tendenza a sottovalutare la vita. Nello stesso tempo dobbiamo mettere a punto strumenti efficaci contro i delitti. Come prima misura da adottare, opterei per un paziente tentativo di risvegliare la coscienza dei criminali, fino a convincerli del male compiuto. In nessuna circostanza, comunque, lo stato deve comminare la pena di morte, poiché così facendo lo stato diventa un assassino. Come ho già detto prima, quando una sanzione sociale è inevitabile bisogna ricorrere a pene diverse da quelle di morte» (Ibidem p. 157). 

Nel suo dialogo con Johan Galtung – fondatore dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace – (Choose Peace, 1995; trad. italiana Scegliere la pace, Esperia, 1996) Daisaku Ikeda conferma la sua posizione sulla pena di morte: «La questione della pena di morte è una questione controversa. Come buddista mi oppongo alla punizione capitale come forma estrema di violenza inflitta dallo stato. La giustizia compie talvolta degli errori e si potrebbero giustiziare erroneamente degli innocenti. 

Si proclama ai quattro venti che il timore della pena capitale fungerebbe da deterrente al crimine, ma è una tesi le cui prove non convincono. Le statistiche non indicano tassi insolitamente alti di criminalità nei paesi dove non esiste la pena capitale. Molti grandi pensatori e artisti di tutto il mondo hanno elaborato argomentazioni appassionanti contro la punizione capitale. La natura turbolenta dei suoi tempi non ha impedito allo scrittore francese Victor Hugo (1802-1885) di sostenerne l’abolizione. Per bocca di uno dei suoi personaggi egli condannò i giudici che con freddo e inopportuno compiacimento ordinavano esecuzioni, condannando il criminale a morte e la sua famiglia alla miseria e alla povertà. 

Hugo riteneva che imprigionare una persona fosse già una punizione sufficiente per qualsiasi crimine. D’altra parte per Goethe, che sembra considerasse la vendetta e la punizione capitale una sorta di autodifesa, la vendetta, se legalizzata, avrebbe sostituito la pena capitale. Il Mahatma Gandhi, che era molto al di sopra della vendetta, sosteneva che è molto più coraggioso perdonare che punire un nemico. Il suo atteggiamento è fondamentale per meditare su tutti i tipi di violenza, inclusa la pena di morte» (Scegliere la pace, p. 99). 

Nel 2002 la rivista Da capo ha pubblicato un’inchiesta che rilevava la posizione dei vari gruppi religiosi giapponesi su importanti questioni etico-sociali (l’eutanasia, la pena di morte, la morte cerebrale ecc.). La Soka Gakkai – alla domanda sulla pena di morte – ha dato la seguente risposta ufficiale: «La questione riguarda fondamentalmente la suprema dignità della vita. Quindi la morte decisa dallo stato è inaccettabile». 

Nel piano annuale annunciato per il 2008, la Soka Gakkai ha dichiarato che fornirà supporto alle organizzazioni impegnate nell’abolizione della pena di morte, nell’assistenza umanitaria, nella lotta alla povertà, nella protezione dei rifugiati, nella lotta contro il lavoro minorile e il traffico di minori, nella ricerca e prevenzione dell’Aids, nella prevenzione del suicidio, nella promozione dei diritti umani dei senzatetto ecc. 

La Soka Gakkai in Giappone coopera attivamente con due organizzazioni non-governative delle Nazioni Unite sulla questione dell’abolizione della pena di morte: Amnesty International (sezione giapponese), e la Rete delle religioni per l’abolizione della pena di morte. I gruppi giovanili della Soka Gakkai hanno tenuto discussioni e convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica all’abolizione della pena di morte. ( fonte sgiitalia.org )

IL CONCETTO BUDDISTA DI UNITÀ (ITAI DOSHIN)

Il Buddismo pone un accento molto forte sui legami umani che formano il contesto in cui gli insegnamenti (la Legge o Dharma) vengono praticati e trasmessi. Si può paragonare questa rete di connessione ai fili che vengono intrecciati in un tessuto, dove l’ordito verticale corrisponde ai legami maestro-discepolo e la trama orizzontale alle relazioni di sostegno reciproco fra credenti. 
Anche se il valore più elevato va riconosciuto all’insegnamento in sé e per sé – e infatti il Daishonin rammenta spesso ai suoi seguaci di “seguire la Legge e non la persona” – i suoi scritti sono pieni di riferimenti all’importanza di sviluppare e mantenere un’armoniosa unità. In una lettera si legge: «[…] i discepoli di Nichiren, preti e laici, recitino Nam-myoho-renge-kyo con lo spirito di “diversi corpi, stessa mente”, senza alcuna distinzione fra loro, uniti come i pesci e l’acqua» (L’eredità della Legge fondamentale della vita, RSND, 1, 190).

Questa lettera fu scritta nel periodo in cui una piccola comunità di discepoli di Nichiren stava affrontando una dura persecuzione da parte delle autorità feudali. Il Daishonin incoraggiò i suoi seguaci a non perdere la speranza, benché fossero in pochi, scrivendo: «Quando fra le persone prevale lo spirito di “diversi corpi, stessa mente”, esse realizzeranno tutti i loro scopi, mentre se hanno uno “stesso corpo e diverse menti” non possono ottenere niente di notevole» (Diversi corpi, stessa mente, RSND, 1, 550).

L’espressione usata da Nichiren: “diversi corpi, stessa mente” è composta da quattro caratteri cinesi che si possono anche interpretare “con corpi diversi ma uguali nello spirito”. È fondamentale notare che il tipo di unità cui si tende non è un uniformarsi meccanico, imposto dall’esterno con la coercizione, ma pone al centro il rispetto per le qualità uniche e irripetibili di ogni individuo (“diversi corpi”). Come sottolinea il presidente Ikeda, un’unità di questo tipo nasce quando le persone fanno tesoro dell’insostituibile unicità di ogni individuo, cercando di tirare fuori il meglio da ciascuno.

Al contrario, l’espressione “diversi corpi, diverse menti” denota una situazione di totale disunità, mentre “stesso corpo e stessa mente” si ha quando non vi è libertà di pensiero e l’individuo con le sue capacità uniche non viene affatto considerato, una condizione che non può che sfociare nel totalitarismo.

L’espressione “stessa mente” non significa che si debba adottare un modo uniforme di pensare o di valutare le cose; piuttosto, si punta a condividere l’impegno, profondamente sentito a livello individuale, di realizzare un obiettivo o un ideale comune. Offre un modello di solidarietà fra persone che lavorano per cambiare il mondo in positivo, dove ognuno ha una missione unica che soltanto lui o lei può realizzare, il proprio speciale contributo da dare. Lo spirito di sincera e spontanea collaborazione per un ideale comune crea l’ambiente adatto nel quale ogni persona può realizzare pienamente i propri talenti e qualità specifiche. 

Nei primi anni quaranta, mentre il Giappone era sotto il dominio del totalitarismo fascista, il presidente fondatore della Soka Gakkai Tsunesaburo Makiguchi criticò il dogma ufficiale prevalente dell’ “abnegazione di sé per il bene comune” che veniva usato per giustificare il sacrificio cieco a supporto dello sforzo bellico. «La negazione di sé – scrisse – è una menzogna. La vera via consiste nel ricercare la felicità per sé e per tutti gli altri». Dichiarò che l’organizzazione si sarebbe dedicata a mettere ogni individuo in grado di sviluppare le proprie capacità specifiche, per contribuire al fiorire di una società veramente umana.

Makiguchi notò inoltre che le persone malvagie in realtà riescono facilmente a creare solidarietà se a unirle sono interessi materiali o politici. Le persone di buona volontà, essendo spiritualmente più autosufficienti, tendono a sottovalutare l’importanza di stare unite. La storia è piena di tragici esempi in cui il fallimento della collaborazione fra persone di buona volontà ha ceduto il campo alle forze dell’odio e della distruzione. È chiaro altresì che solo un’ampia base di persone che s’impegnano per realizzare un futuro più umano potrà metterci in grado di affrontare le sfide del nuovo secolo. 

L’ideale buddista di “diversi corpi, stessa mente” offre una visione di unità nella diversità, un’unità di individui autonomi che s’impegnano nell’autoriforma, nella sollecitudine verso gli altri e nel rendere possibile un futuro migliore. 
(dalla rivista SGI Quarterly gennaio 2005 ) 

Il Daimoku 

La recitazione del daimoku è la base di tutto l’insegnamento del Daishonin. Il suo Buddismo, a differenza delle scuole buddiste ufficiali del suo tempo, non si basava sul culto di una specifica divinità o Budda; ciò che il Daishonin stabilì fu il mezzo per realizzare l’ideale del Sutra del Loto, l’ottenimento dell’illuminazione da parte di tutte le persone. Egli insegnò che attraverso la pratica di recitare Nam myoho renge kyo è possibile attivare la nostra e manifestarla nello stato vitale di Buddità.

Nel Buddismo di Nichiren vi sono due aspetti del daimoku: il daimoku della fede e il daimoku della pratica. Il primo riguarda l’aspetto spirituale della nostra pratica e consiste essenzialmente nella battaglia che ha luogo nel nostro cuore per contrastare la nostra condizione interiore illusa, detta oscurità. E una battaglia contro le forze negative e distruttive interiori per aprire un varco nell’oscurità che avvolge la natura di Budda e far emergere la condizione vitale della Buddità grazie al potere della fede.

Il daimoku della pratica riguarda invece l’azione specifica di recitare Nam myoho renge kyo e di insegnarlo agli altri, gli sforzi che compiamo, con le parole e con le azioni, per la nostra felicità e per quella degli altri, che sono la dimostrazione tangibile della nostra battaglia interiore contro l’illusione e la negatività

Quando recitiamo Nam myoho renge kyo stiamo recitando il nome della natura di Budda che esiste nella nostra vita e in quella degli altri, e al tempo stesso la stiamo risvegliando. Quando la fede vince sul dubbio e sulle illusioni interiori, il potere della natura di Budda viene risvegliato dal suono del daimoku e si manifesta spontaneamente nella nostra vita.

Il punto essenziale che differenzia il Buddismo del Daishonin dalle altre scuole buddiste del suo tempo è l’aver stabilito questo mezzo concreto per conseguire la Buddità. Dalla prima volta che proclamò Nam myoho renge kyo fino al momento della morte Nichiren si impegnò ardentemente per insegnare questo supremo sentiero per l’illuminazione a tutte le persone della sua terra.
(tratto da: Il conseguimento della Buddità in questa esistenza – esperia edizioni)

Sulle malattie e difficoltà 

Nel lungo corso della vita ci si può ammalare o possono capitarci degli incidenti. E per tutti, alla fine la morte è inevitabile. Le quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte sono intrinseche alla vita. E oltre a queste quattro sofferenze fondamentali, la vita è costellata di vari altri problemi. La cosa importante è superare tutte queste sofferenze e difficoltà sulla base della fede. Fin quando persevererete nella fede a dispetto di qualsiasi ostacolo, potrete dirigere la vostra vita nel modo più positivo in virtù dell’assoluto potere della Legge mistica.
Siamo tutti fatti di carne. Tutti prima o poi soffriamo di qualche forma di malattia. Il potere della Legge mistica ci permette di tirar fuori la forza per superare il dolore e la sofferenza della malattia con coraggio e determinazione. Nichiren scrive: “Nam myoho renge kyo è come il ruggito del leone. Quale malattia può essere quindi un ostacolo?”.

Solo perché crediamo nel Gohonzon non vuol dire che saremo liberi da preoccupazioni. Fin quando siamo vivi, siamo destinati a lottare con i nostri problemi. Ammalarsi gravemente o affrontare la gelida paura della morte sono aspetti inevitabili della vita.

All’età di circa cinquantacinque anni Nichiren scrive: “Poiché sono vicino ai sessant’anni, ho già affrontato la vecchiaia ma devo ancora affrontare la malattia e la morte.”

Le quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte sono una parte inevitabile della nostra vita.

La vita è eterna e si estende attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro. Per questa ragione, anche se una persona è ammalata o ha altri problemi, finchè pratica la fede al meglio delle proprie capacità i problemi diventeranno la forza motrice per rivitalizzare la sua vita. Nichiren scrive: “La malattia stimola lo spirito di ricerca della Via.”

La malattia è spesso la molla che spinge le persone a praticare questo Buddismo. L’angoscia che si sperimenta a causa della malattia perfeziona il carattere e genera uno spirito di empatia e di compassione verso gli altri. Dovremmo avere la decisione di non rassegnarci mai alle sofferenze della malattia. Sfidando e superando il dolore, diventa possibile usare la malattia come mezzo per espandere il proprio stato vitale.

Un giovane medico osservò: “ Non sono né il cancro né la leucemia che le persone dovrebbero temere. Piuttosto, bisognerebbe temere più di ogni altra cosa l’indebolimento della propria forza vitale. Credo, perciò, che sia essenziale che le persone adottino una visione della vita che permetta loro di superare la paura della morte e di affrontare coraggiosamente qualunque malattia mentre sono ancora in forze.”

Queste parole si concentrano sul problema essenziale della vita umana, e vengono da un medico che è stato testimone di numerose nascite e morti. Nichiren afferma: “Pensai che dovevo prima imparare la verità sulla morte, e poi tutte le altre cose.”

E’ di estrema importanza che ci formiamo una corretta visione della vita e della morte attraverso la nostra pratica buddista così da potere, quando verrà il momento, superare i problemi della malattia e della morte. Sviluppare questo genere di prospettiva dovrebbe costituire il fondamento del nostro modo di vivere, e noi siamo fortunatissimi a possedere il mezzo per farlo. ( fonte Panta Rei ) 

     

Attaccamenti e liberazione 

Il Buddismo è un insegnamento di emancipazione, volto a liberare le persone dalle inevitabili sofferenze della vita, perciò i primi insegnamenti buddisti si focalizzarono sulla caducità di tutte le cose. 

Il Budda si rese conto che nulla resta uguale in questo mondo, tutto è in uno stato di costante cambiamento. Ogni senso di benessere e sicurezza che deriva da situazioni piacevoli o circostanze favorevoli – relazioni con chi amiamo, salute – viene continuamente minacciato dal fluire incessante della vita e, infine, dalla morte, il cambiamento in assoluto più radicale e profondo di tutti. Il Budda vide che la causa della sofferenza stava proprio nell’ignoranza della natura del cambiamento stesso. Desideriamo restare attaccati a ciò che per noi ha valore, e soffriamo quando l’inevitabile processo di cambiamento della vita ci separa da queste cose. Dunque, egli pensò, ci si libera dalla sofferenza quando si elimina l’attaccamento alle cose transitorie di questo mondo.


In questa prospettiva, la pratica buddista è orientata verso un allontanamento dal mondo: se la vita è sofferenza e il mondo è un luogo pieno d’incertezza, l’emancipazione risiede nel liberarsi dall’attaccamento alle cose e alle preoccupazioni mondane, conseguendo un’Illuminazione trascendente.

Il Sutra del Loto, sul quale si basa l’insegnamento di Nichiren Daishonin, è rivoluzionario perché ribalta quest’orientamento, capovolgendo le premesse alla base degli insegnamenti iniziali del Budda, puntando invece l’attenzione sulle infinite potenzialità della vita in sé e sulla gioia di vivere proprio in questo mondo. Laddove altri insegnamenti avevano mirato all’Illuminazione o all’emancipazione finale (Buddità) come a una meta da raggiungere in un imprecisato momento nel futuro, negli insegnamenti del Sutra del Loto ogni individuo è intrinsecamente e originariamente un Budda. Attraverso la pratica buddista sviluppiamo le nostre qualità illuminate e le esercitiamo nel mondo qui e ora, per il bene degli altri e con l’intento di trasformare positivamente la società. La vera natura della nostra vita è di libertà e potenzialità infinite ora.

Questo sensazionale cambiamento di direzione, compiuto dal Sutra del Loto, è racchiuso nel concetto chiave, apparentemente paradossale, del Buddismo di Nichiren Daishonin secondo cui “i desideri terreni sono Illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana”. L’immagine del puro fiore di loto che sboccia nello stagno fangoso è una metafora che racchiude questa visone: libertà, emancipazione, Illuminazione vengono forgiate ed espresse nel bel mezzo del sudicio pantano della vita, con i suoi problemi, sofferenze e contraddizioni. È impossibile vivere senza attaccamenti o eliminarli: l’affetto per gli altri, il desiderio di riuscire negli sforzi fatti, gli interessi, le passioni, l’amore per la vita, tutti questi sono attaccamenti e potenziali fonti di delusione e sofferenza, ma sono anche la sostanza stessa della nostra umanità e gli elementi per una vita impegnata e realizzata. ( fonte sgi Italia . org )

Il raggiungimento della Buddita’ in questa esistenza

Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dal tempo senza inizio e ottenere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi cogliere la mistica verità originariamente presente negli esseri viventi. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di cogliere questa mistica verità originariamente presente negli esseri viventi.
Il Sutra del Loto è il re dei sutra, autentico e corretto sia nella lettera che nella teoria. I suoi caratteri sono il vero aspetto di tutti i fenomeni e questo vero aspetto è la Legge mistica. È chiamata Legge mistica perché spiega la relazione di mutua compenetrazione tra un singolo istante di vita e tutti i fenomeni. È questa la ragione per cui tale sutra è la saggezza di tutti i Budda.

“Mutua compenetrazione tra un singolo istante di vita e tutti i fenomeni” significa che la vita in ogni singolo istante abbraccia il corpo e la mente, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti dei dieci mondi e anche di tutti gli esseri insenzienti dei tremila regni: le piante, il cielo e la terra, fino alla più piccola particella di polvere. La vita in ogni singolo istante permea l’intero regno dei fenomeni e si manifesta in ognuno di essi. Quando ci risvegliamo a questa verità abbiamo compreso la mutua compenetrazione tra un singolo istante di vita e tutti i fenomeni. Tuttavia, se reciti e credi in Myoho-renge-kyo ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma un insegnamento inferiore. “Insegnamenti inferiori” sono quelli diversi da questo sutra, che sono tutti espedienti e insegnamenti provvisori. Nessun espediente o insegnamento provvisorio conduce direttamente all’Illuminazione e, senza la diretta via all’Illuminazione, non si può conseguire la Buddità, neanche praticando vita dopo vita per innumerevoli kalpa. Raggiungere la Buddità in questa esistenza sarebbe dunque impossibile. Perciò, quando invochi myoho e reciti renge devi sforzarti di credere profondamente che Myoho-renge-kyo è la tua stessa vita.
Non devi mai pensare che qualcuno degli ottantamila sacri insegnamenti di Shakyamuni o qualcuno dei Budda e bodhisattva delle tre esistenze e delle dieci direzioni sia al di fuori di te. La pratica degli insegnamenti buddisti non ti solleverà affatto dalle sofferenze di nascita e morte a meno che tu non percepisca la vera natura della tua vita. Se cerchi l’Illuminazione al di fuori di te, anche eseguire diecimila pratiche e diecimila buone azioni sarà inutile come se un povero stesse giorno e notte a contare le ricchezze del suo vicino, senza guadagnare nemmeno mezzo centesimo.

Per questo il commentario della scuola T’ien-t’ai afferma: «Se non si percepisce la natura della propria vita, non si possono sradicare le proprie gravi colpe». Questo implica che finché non si percepisce la natura della propria vita, la pratica sarà un’infinita e dolorosa austerità. Perciò queste persone che studiano il Buddismo vengono tacciate di essere non buddiste. Come afferma Grande concentrazione e visione profonda: «Benché studino il Buddismo, le loro idee non sono diverse da quelle dei non buddisti».

Sia che tu invochi il nome del Budda che reciti il sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose creeranno nella tua vita buone radici che produrranno benefici. Abbi questa profonda convinzione.

Per esempio il Sutra Vimalakirti afferma che quando si ricerca l’emancipazione del Budda nella mente degli esseri comuni si scopre che gli esseri comuni sono l’entità dell’Illuminazione e che le sofferenze di nascita e morte sono nirvana. Afferma inoltre che, se la mente degli esseri viventi è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente.

Lo stesso vale per un Budda e una persona comune. Quando una persona è illusa è chiamata essere comune, quando è illuminata è chiamata Budda. È come uno specchio appannato che brillerà come un gioiello se viene lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata è come uno specchio appannato che però, una volta lucidato, sicuramente diverrà chiaro e rifletterà la natura essenziale di tutti i fenomeni e il vero aspetto della realtà. Risveglia in te una profonda fede e lucida con cura il tuo specchio notte e giorno. Come dovresti lucidarlo? Solo recitando Nam-myoho-renge-kyo.

Cosa significa myo [mistico]? È la misteriosa natura della nostra mente in ogni singolo istante, che la mente stessa non riesce a comprendere e le parole non possono esprimere. Guardando la nostra mente in ogni singolo istante, non possiamo dire che esiste perché non ne percepiamo né colore né forma. Non possiamo dire che non esiste, poiché pensieri differenti sorgono di continuo. Riguardo a questa mente in ogni singolo istante, non si dovrebbe pensare né che esista né che non esista. È una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia manifesta le caratteristiche di ambedue. È la mistica entità della Via di mezzo che è la realtà ultima di tutte le cose. Myo è il nome dato a questa misteriosa natura della vita e ho alle sue manifestazioni. Renge, che significa fiore di loto, simboleggia il mistero di questa Legge. Se comprendiamo che la nostra vita in questo singolo istante è myo, allora comprenderemo che la nostra vita è la Legge mistica anche in tutti gli altri istanti. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra. Il Sutra del Loto è il re dei sutra, la diretta via all’Illuminazione, poiché spiega che l’entità della nostra vita in ogni singolo istante, dalla quale sorgono sia il bene che il male, è in realtà l’entità della Legge mistica.

Se hai una profonda fede in questa verità e reciti Myoho-renge-kyo, sicuramente raggiungerai la Buddità in questa esistenza. Questo è il motivo per cui il sutra afferma: «Dopo la mia estinzione, dovrebbe abbracciare e sostenere questo sutra. Tale persona sicuramente, senza alcun dubbio, conseguirà la Via del Budda». Non dubitarne mai minimamente.

Con profondo rispetto.

Questa è la fede [e la pratica] per il raggiungimento della Buddità in questa esistenza.

Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo.
Nichiren

Buddismo e Società n.119 – novembre dicembre 2006

Le nove coscienze 

L’insegnamento buddista definito come principio delle Nove coscienze offre la base per una comprensione totale della nostra vera identità. Aiuta inoltre a spiegare come il Buddismo vede l’eterna continuità della vita attraverso i cicli di nascita e morte. 
Questo punto di vista sull’essere umano è frutto di migliaia di anni d’intense indagini introspettive sulla natura della coscienza. Storicamente si fonda sui tentativi di sperimentare e spiegare l’essenza dell’Illuminazione ottenuta circa 2500 anni fa da Shakyamuni in India.

Le nove coscienze possono essere considerate come diversi strati di consapevolezza che costantemente operano insieme per creare le nostre vite. La parola sanscrita vijnana, che viene tradotta come “coscienza”, include un’ampia gamma di attività, come le sensazioni, le cognizioni e i pensieri coscienti.

Le prime cinque coscienze si riferiscono ai sensi della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto. La sesta è la funzione che, identificando quanto i nostri cinque sensi ci comunicano, integra ed elabora i vari dati sensoriali per formare un quadro d’insieme o pensiero. È soprattutto attraverso queste sei funzioni vitali che conduciamo le nostre attività quotidiane.

A differenza dei primi sei livelli rivolti verso il mondo esterno, la settima coscienza è diretta verso la propria vita interiore ed è largamente indipendente dagli stimoli sensoriali. Sede del pensiero astratto, è alla base del nostro senso di identità individuale: l’attaccamento alla propria persona come un sé distinto e separato dagli altri ha la sua base in questa coscienza, così come la nostra percezione di ciò che è giusto e sbagliato. Nell’ottava coscienza – nota anche come coscienza “deposito” secondo una definizione cinese – risiede l’energia del nostro karma. La moderna psicologia la chiamerebbe inconscio: tutte le esperienze del presente e delle esistenze passate – generalmente chiamate karma – sono conservate qui. Questa coscienza accoglie gli effetti delle azioni buone e cattive, immagazzinandoli come potenzialità karmiche.


Mentre le prime sette scompaiono alla morte, l’ottava coscienza persiste attraverso i cicli di vita attiva e di latenza della morte. Può essere vista come il fluire continuo della vita che sostiene le attività delle altre coscienze. Le esperienze descritte da coloro che hanno sperimentato uno stato di morte clinica e sono tornati in vita potrebbero essere considerate esperienze al confine tra la settima e l’ottava coscienza.

La comprensione di questi livelli di coscienza e l’interazione tra di essi potrebbe far nascere importanti intuizioni sulla natura della vita e del sé, che potrebbero poi diventare indicazioni per trasformare alcuni problemi fondamentali dell’umanità.
Secondo gli insegnamenti buddisti, nella settima coscienza sono profondamente radicate alcune illusioni riguardo alla natura del sé. Queste derivano dal rapporto tra il settimo e l’ottavo livello di coscienza e si manifestano come un’istintiva tendenza all’egoismo. 

Gli insegnamenti buddisti descrivono il settimo livello come emergente dall’ottava coscienza: è infatti basato sull’ottava coscienza dell’individuo, che viene percepita come qualcosa di fisso, unico e indipendente dal resto. In realtà, l’ottava coscienza scorre in un flusso continuo. A questo livello le nostre vite interagiscono costantemente con tutte le altre, esercitando una profonda influenza reciproca. Per questo motivo è falsa la percezione di un sé fisso e isolato creata dalla settima coscienza.

Nella settima coscienza risiede anche la paura della morte: l’incapacità di percepire la vera natura dell’ottava coscienza come un incessante flusso di energia vitale fa pensare erroneamente che questa coscienza scompaia con la morte.

L’illusione che l’ottava coscienza sia il vero sé e il non sentire il legame con tutti gli altri esseri viventi è definita dal Buddismo “ignoranza fondamentale”. È questo senso di separazione e isolamento dagli altri che dà origine alle discriminazioni, all’arroganza distruttiva o a un’avidità sfrenata. Anche la devastazione umana dell’ambiente naturale è un’altra conseguenza gravissima di tale ignoranza.
Il Buddismo presuppone che i nostri pensieri, le parole e le azioni lascino sempre un’impronta nell’ottava coscienza: questo è ciò che i buddisti chiamano karma. L’ottava coscienza è perciò talvolta definita “deposito” del karma, il luogo dove questi “semi” karmici vengono “accumulati”. Questi semi di energia latente possono essere positivi o negativi e l’ottava coscienza rimane neutra e pronta a ricevere qualsiasi tipo di impronta karmica. L’energia diventa manifesta quando le condizioni sono mature. Le cause latenti positive si possono manifestare sia come effetti positivi nella propria vita sia come funzioni psicologiche positive quali fiducia, nonviolenza, autocontrollo, compassione e saggezza. Le cause latenti negative possono manifestarsi in varie forme di illusione e comportamento distruttivo causando sofferenze a se stessi e agli altri.
Anche se l’immagine del magazzino è efficace, sarebbe però più fedele quella di un impetuoso torrente di energia karmica. Questa energia è in costante movimento nella nostra vita e la modella improntando le nostre esperienze. I nostri pensieri e le azioni risultanti hanno a loro volta un riscontro in questo flusso karmico. La qualità del flusso karmico è ciò che ci distingue da tutte le altre persone, che costruisce il nostro peculiare sé. Il flusso di energia cambia continuamente, ma – come un fiume – mantiene la sua identità e coerenza anche attraverso i successivi cicli di vita e morte. È quest’aspetto di fluidità, quest’assenza di stabilità, che apre la possibilità di trasformare il contenuto dell’ottava coscienza. Ecco perché il karma, propriamente inteso, è diverso da un invariabile o inevitabile destino. 
Il problema è quindi “come” possiamo aumentare il bilancio del karma positivo. Questa è la base delle diverse forme di pratica buddista che cercano di porre cause positive nelle nostre vite. Quando si entra in un ciclo di cause ed effetti negativi, però, è difficile non produrre ulteriori cause negative, ed è qui che possiamo rivolgerci al più fondamentale livello di coscienza, la nona.

Essa può essere considerata come la vita stessa dell’universo. Viene anche definita la coscienza fondamentalmente pura. Questa coscienza non viene influenzata dal karma, e rappresenta il nostro vero eterno sé. L’aspetto rivoluzionario del Buddismo di Nichiren Daishonin consiste nel fatto che mira ad attingere direttamente dall’energia di questa coscienza – la natura illuminata del Budda – purificando in questo modo gli altri livelli più superficiali. Il grande potere della nona coscienza può far scaturire cambiamenti anche dal karma negativo più radicato nell’ottava coscienza. Poiché l’ottava coscienza trascende i confini dell’individuo, fondendosi con l’energia latente della propria famiglia, gruppo etnico, e anche con quella di animali e piante, un cambiamento positivo in questa energia karmica diventa un “ingranaggio” per agire in modo benefico anche nelle vite altrui. 

Come scrive il presidente Ikeda: «Quando attiviamo questa coscienza assolutamente pura, l’energia di tutto il karma buono e cattivo della vita è diretto verso la creazione di valore; e la mente o coscienza dell’umanità viene pervasa dalla corrente vitale di compassione e saggezza». Il Daishonin identificò la pratica della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo come il mezzo fondamentale per attivare la nona coscienza nell’esistenza di ogni persona.

Quando i primi otto livelli di coscienza si trasformano grazie all’azione del nono, ognuno di essi dà vita a forme uniche di saggezza. La saggezza inerente all’ottava coscienza ci permette di percepire noi stessi, la nostra esperienza e altri fenomeni con grande chiarezza e di apprezzare profondamente i legami e l’interdipendenza di tutte le cose. 

Quando le illusioni radicate nella settima coscienza vengono trasformate, l’individuo diventa capace di superare la paura della morte, come anche l’aggressività e la violenza che da essa derivano. Sorge quindi una saggezza che percepisce la fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri viventi e l’eguale rispetto da attribuire ad ogni singola entità vivente.