Mese: maggio 2017

Significato dell’offerta 

Nella storia del Buddismo, in tutte le scuole e in ogni epoca, l’offerta ha sempre rivestito un ruolo essenziale. Nel Buddismo mahayana la donazione è la prima delle sei paramita, sei differenti tipi di pratiche che i bodhisattva dovevano osservare per ottenere la Buddità, in un lungo processo nel corso di innumerevoli esistenze [paramita è una parola sanscrita che significa “raggiungere l’altra sponda” (passare da quella della sofferenza a quella dell’Illuminazione)].La prima è appunto la donazione, cioè la pratica di fare offerte materiali e spirituali per salvare la gente che soffre.

Il presidente Ikeda spiega che nel Buddismo esistono tre tipi di donazione: la donazione del tesoro, vale a dire le offerte materiali; la donazione della Legge, cioè lodare e insegnare la Legge; e la donazione del coraggio, che consiste nell’eliminare la paura e dare la serenità (cfr. D. Ikeda, La vera entità della vita, Esperia, p. 178).

Nichiren Daishonin nei suoi scritti mette in evidenza che in questa epoca di Mappo l’aspetto più importante nell’offerta è il “cuore” di chi offre.

Nel Gosho L’offerta del riso bianco afferma: «Alcuni hanno mogli, figli, servi, possedimenti, oro, argento o altri tesori, a seconda della loro condizione. Altri non possiedono nulla. Comunque sia, che uno possieda dei tesori o no, la vita è per tutti il tesoro più prezioso. Per questo motivo gli uomini del passato che furono chiamati santi e saggi consacrarono la loro vita al Budda, e conseguirono la Buddità» (SND, 4, 285-286). La vita dunque è il più prezioso di tutti i tesori, e i saggi e i santi dell’antichità la utilizzavano per offrirla al Budda e ottenere l’Illuminazione.

Il Daishonin afferma che nella nostra epoca per ottenere l’Illuminazione ciò che conta veramente è la sincerità dell’offerta, espressa dal termine giapponese kokorozashi, “sincera dedizione”.

Dice ancora Nichiren: «Cosa significa “sincera dedizione”? […] Vuol dire che offrire il proprio unico vestito al Sutra del Loto equivale a strapparsi la pelle e, in tempo di carestia, offrire al Budda l’unica ciotola di riso da cui dipende la sopravvivenza è dedicare la propria vita al Budda» (Ibidem).
In sintesi Nichiren sta dicendo che l’atteggiamento dei suoi discepoli deve essere quello di offrire al cento per cento. Cosa significa? Per chi possiede due ciotole di riso o due vestiti è facile offrirne uno, mentre è completamente diverso il valore dell’offerta di chi dona la sua unica ciotola o il suo unico vestito.


Oggi per noi membri della Soka Gakkai offrire la vita al Budda significa sostenere l’attività buddista, che ha lo scopo di realizzare kosen-rufu, il desiderio del Budda originale, dedicando il nostro tempo e offrendo le nostre risorse materiali. Ma è essenziale che lo spirito con il quale offriamo il denaro o il tempo per l’attività, la recitazione, lo studio, lo shakubuku, sia quello di kokorozashi: “con tutto il cuore”. Solo con questo atteggiamento, con questo “cuore”, la nostra offerta può diventare la causa per manifestare la Buddità e ricevere benefici.

Consideriamo un altro aspetto del significato dell’offerta, indicato con la parola giapponese ki-sha, che letteralmente significa “offrire, gettare via con gioia”, e si riferisce agli attaccamenti ai desideri terreni. La cosa importante per trasformare questi attaccamenti è proprio “offrire, gettare via con gioia”.

La letteratura buddista riporta numerose storie che esemplificano questo atteggiamento, spesso citate da Nichiren Daishonin nei suoi scritti. Come ad esempio in Risposta a Onichinyo: «Nel passato Tokusho Doji offrì una torta di fango al Budda e rinacque come il re Ashoka che regnò su tutto Jambudvipa. Una povera donna si tagliò i capelli e li vendette per comprare l’olio e nemmeno i venti che soffiano impetuosi dal monte Sumeru poterono estinguere la fiamma della lampada alimentata da quell’olio» (SND, 9, 145).

Anche nel Gosho Corpo e mente degli esseri umani Nichiren afferma: «Per quanto una persona possa essere ignorante e le sue offerte misere, se sono indirizzate a chi sostiene la verità, allora il suo merito sarà grande. Quanto è più vero questo nel caso di persone che in tutta sincerità fanno offerte alla vera Legge!» (SND, 8, 264).

Le offerte sincere per kosen-rufu sono offerte alla Legge, perciò conducono direttamente alla Buddità e sono la causa per ottenere benefici immensi e risvegliare la nostra umanità. 

Fonte : Buddismo e Società n.116 maggio giugno 2006

Ichinen sanzen 

“Come una lanterna nell’oscurità
«È quello che indica il sutra con l’espressione “il vero aspetto di tutti i fenomeni”. Miao-lo afferma: “Il vero aspetto si manifesta invariabilmente in tutti i fenomeni e tutti i fenomeni si manifestano invariabilmente nei dieci fattori. I dieci fattori si manifestano invariabilmente nei dieci mondi e i dieci mondi si manifestano invariabilmente in ‘corpo e terra’”. Si afferma anche che il profondo principio del vero aspetto è la Legge originariamente inerente di Myoho-renge-kyo. Il Gran Maestro Dengyo scrisse: “Un singolo istante di vita che comprende i tremila regni è il Budda di gioia illimitata e questo Budda non assume augusti attributi”. Di conseguenza, questo Gohonzon deve essere chiamato il grande mandala mai conosciuto prima, poiché non è mai apparso nei duemiladuecentoventi anni dopo la morte del Budda» (RSND, 1, 738).

Il vero aspetto di tutti i fenomeni e il Gohonzon

In questo brano il Daishonin, per descrivere la condizione rappresentata dal Gohonzon nella quale tutti gli esseri dei dieci mondi illuminati da Nam-myoho-renge-kyo manifestano i nobili attributi che possiedono intrinsecamente, utilizza il concetto di “vero aspetto di tutti i fenomeni” contenuto nel capitolo Espedienti del Sutra del Loto e spiegato approfonditamente dai maestri cinesi T’ien-t’ai e Miao-lo.
Il presidente Ikeda descrive così questo concetto: «Il vero aspetto (jisso) di tutti i fenomeni (shoho) non significa che la realtà ultima è contenuta in tutti i fenomeni né presuppone l’esistenza di qualche essere che dall’esterno regola le manifestazioni dell’universo. Le filosofie occidentali e altre correnti di pensiero non buddiste hanno ricercato a lungo una verità o un’essenza oltre o dietro i fenomeni. Le religioni che riconoscono in un Dio assoluto il creatore del mondo sono un chiaro esempio di separazione della verità fondamentale da tutti i fenomeni reali. L’inevitabile risultato di questa separazione è stato l’insanabile distacco tra il creatore e le sue creature e il formarsi di strutture religiose che si attribuivano il ruolo di intermediari “autorizzati” tra Dio e gli esseri umani. Il punto di vista del Buddismo è completamente diverso: un buddista trova infatti la verità nella realtà stessa. Scopre la verità essenziale attraverso l’osservazione continua e accurata dell’essere umano e di ciò che lo circonda. […]


Tutte le manifestazioni naturali, il sole e la luna che sorgono e tramontano, il flusso e il riflusso delle maree, il piegarsi degli alberi al vento appaiono, agli occhi del Buddismo, come le funzioni di Myoho-renge-kyo. Il Sutra del Loto offre una chiara e profonda spiegazione di questo principio, mentre tutti i sutra precedenti si occupano esclusivamente dei fenomeni in se stessi, sottolineando soltanto la diversità tra un fenomeno e l’altro. Il Sutra del Loto va al di là delle differenze superficiali e rivela la Legge mistica presente, allo stesso modo, in tutte le cose. Questo è ciò che rende il Sutra del Loto perfetto, superiore agli insegnamenti provvisori.

Il principio di uguaglianza spiegato dal “vero aspetto di tutti i fenomeni” è un’espressione della grande e imparziale saggezza del Budda che riconosce in ogni persona, senza alcuna eccezione, il potenziale per raggiungere la Buddità. […] Per il Buddismo il vero aspetto di ogni cosa che esiste nell’universo è Myoho-renge-kyo. Dove le persone comuni non vedono che alberi scossi dal vento, il Budda percepisce il pulsare del ritmo mistico di Myoho-renge-kyo. I raggi del sole sono per lui un’armoniosa manifestazione della Legge mistica che nutre tutte le forme di vita sulla Terra. Possiamo dunque affermare che ogni aspetto della nostra vita si accorda con la Legge mistica e che noi viviamo sempre immersi nel suo ritmo. Limitarsi solo a capire questa realtà è comunque una comprensione ancora teorica. Chiunque non sappia come armonizzare la sua vita con la Legge mistica è paragonabile a chi, senza conoscere la legge di gravità, tenti di volare e cada. Costui rischia di passare da una sofferenza a un’altra, precipitando magari in una confusione sempre più grande.

Non è dunque di alcuna utilità comprendere la realtà di tutti i fenomeni solo dal punto di vista filosofico. Nichiren iscrisse la sua vita nel Gohonzon materializzando questo principio. In tal modo ha offerto a tutte le persone la concreta possibilità di realizzare una vita felice: non si tratta quindi di una semplice filosofia.

Il vero aspetto di tutti i fenomeni è una filosofia che considera tutti i fenomeni universali come le manifestazioni di Myoho-renge-kyo. Tuttavia, nel suo significato essenziale, essa riconosce nel Gohonzon tutti i fenomeni dell’universo. Nel Buddismo del Daishonin la realtà di tutti i fenomeni significa dunque il Gohonzon» (La vera entità della vita, Esperia, pp. 6-8).

Lo stato vitale del Budda e il principio di ichinen 

Il Daishonin inoltre, sempre in relazione al Gohonzon, cita la frase del Gran Maestro Dengyo che indica la condizione vitale illuminata: «Un singolo istante di vita che comprende i tremila regni è il Budda di gioia illimitata».

L’espressione «un singolo istante di vita che comprende i tremila regni» è il principio di ichinen sanzen e indica la Legge a cui si è risvegliato il Budda, mentre «Budda di gioia illimitata» è la condizione vitale di autentica felicità manifestata dal Budda che si è risvegliato a questa Legge e diventa un tutt’uno con essa. La saggezza che deriva da tale condizione vitale consente di comprendere quale sia la vera felicità per l’essere umano.

Il Gohonzon quindi oltre a concretizzare la Legge a cui si è illuminato il Daishonin ne riflette la condizione vitale illuminata: ciò significa che grazie alla fede nel Gohonzon tutti gli esseri umani possono manifestare nelle loro vite la sua stessa condizione vitale di felicità e saggezza.

Per comprendere la condizione vitale che abbiamo definito di “gioia illimitata” è necessario fare riferimento al principio di ichinen sanzen, tremila regni in un singolo istante di vita, che indica il vero aspetto dell’essenza della vita insito in tutte le manifestazioni dell’universo. È simile al concetto di “vero aspetto di tutti i fenomeni” ma presenta un diverso punto di vista sul funzionamento della Legge.

“Vero aspetto di tutti i fenomeni” sta a indicare che tutti i fenomeni (shoho) si manifestano sotto vari aspetti e non sono in alcun modo diversi dalla realtà fondamentale della vita (jisso). Ciò significa che le innumerevoli forme e gli aspetti dell’universo sono tutti manifestazioni di Myoho-renge-kyo. In altre parole “vero aspetto di tutti i fenomeni” esprime un punto di vista universale-oggettivo della realtà.

L’espressione ichinen sanzen, che ha il suo fulcro nella parola “ichinen” (istante di vita), indica la Legge dal punto di vista della persona che la incarna come condizione vitale. In questo caso si parte dal punto di vista della condizione vitale dell’essere umano. Pertanto ichinen sanzen è espressione della creazione di valore, cioè la manifestazione della condizione vitale libera e ricca della Buddità nella vita reale del singolo individuo.

“Budda di gioia illimitata” significa letteralmente “da sé riceve e utilizza”, e indica la condizione vitale del Budda che riceve l’immenso beneficio di ichinen sanzen, ne gioisce e lo apprezza.

Se si manifesta questa condizione vitale si riesce a rompere il limitato punto di vista della felicità basato sul proprio ego e si è in grado di manifestare la compassione di desiderare la propria e l’altrui felicità.

Il Budda che ha realizzato questa condizione vitale di essere un tutt’uno con la Legge viene definito il Budda dell'”unicità di persona e Legge”.

(Buddismo e società- 157 – marzo / aprile 2013 )

Dal Gosho: “Il daimoku del Sutra del loto “

“Incontrare questo sutra è cosa rara come il fiore di udumbara, che sboccia ogni tremila anni, o come per la tartaruga con un occhio solo riuscire a trovare un tronco di legno di sandalo galleggiante, cosa che accade a intervalli di innumerevoli kalpa. […] Perciò, quando recitiamo il daimoku di questo sutra, dovremmo essere consapevoli che è una gioia più grande che per un uomo cieco dalla nascita acquistare la vista e vedere per la prima volta suo padre e sua madre, e una cosa ancor più rara che per un uomo catturato da un potente nemico venire rilasciato e potersi riunire alla moglie e i figli.” 
Dal Gosho “Il daimoku del Sutra del Loto” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 125)

Dal Gosho “adottare l’insegnamento corretto per la pace nel Paese “

“Certamente il re, i sudditi e tutti gli abitanti del paese desiderano la pace del mondo e la stabilità del paese. Il paese può raggiungere la prosperità attraverso la Legge buddista e la Legge si dimostra degna di rispetto in virtù delle persone che l’abbracciano.” 


Dal Gosho “Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 19)

Recitare Nam myoho renge kyo

di Tamotsu Nakajima
La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo è la pratica fondamentale e la lettura del Sutra costituisce la pratica di “supporto”. Tuttavia capita spesso di vedere persone che durante la lettura del Sutra sono molto concentrate, mentre durante la recitazione del Daimoku si distraggono, usano il cellulare, parlano con chi sta accanto, si alzano o si mettono a leggere
Vorrei confermare un aspetto fondamentale della nostra pratica buddista: innanzitutto quando parliamo di “Gongyo” ci riferiamo sia alla lettura del Sutra del Loto, sia alla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku).


Il termine Gongyo – che letteralmente significa “pratica” – spesso viene erroneamente usato solo per indicare la recitazione del Sutra. Ma Gongyo consiste nella pratica primaria, cioè la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, e la pratica di supporto, cioè la lettura di una parte del secondo e del sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, “Espedienti” (Hoben) e “Durata della vita del Tathagata” (Juryo).

Nichiren Daishonin scrive: «Abbracciare, leggere, recitare, proteggere e trarre gioia da tutti gli otto volumi e ventotto capitoli del Sutra del Loto è la pratica estesa. Accettare, sostenere e proteggere i capitoli “Espedienti” e “Durata della vita” è la pratica abbreviata. Recitare semplicemente una strofa di quattro versi o il Daimoku e proteggere chi li recita è la pratica essenziale. Perciò, tra queste tre pratiche, quella estesa, quella abbreviata e quella essenziale, il Daimoku rientra nella pratica essenziale» (RSND, 1, 125).


Come insegna il Daishonin, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo è la pratica fondamentale e la lettura del Sutra costituisce la pratica di “supporto”. Tuttavia capita spesso di vedere persone che durante la lettura del Sutra sono molto concentrate, mentre durante la recitazione del Daimoku si distraggono, usano il cellulare, parlano con chi sta accanto, si alzano o si mettono a leggere…


Inoltre, all’inizio delle riunioni si recita Gongyo (Sutra più Daimoku). Ma il Daimoku, pur essendo la pratica primaria, spesso viene fatto prima, all’inizio, affinché tutti possano esserci per la recitazione del Sutra. In questo modo molti sono portati a pensare che il Daimoku sia meno importante.

Questi atteggiamenti rivelano una comprensione non corretta dell’insegnamento del Daishonin, come se la recitazione del Daimoku fosse secondaria. In realtà il momento in cui recitiamo Daimoku è quello più importante, perché è l’unico nel quale possiamo manifestare la nostra Buddità!

Il Daishonin scrive: «Adesso, nell’Ultimo giorno della Legge, il Daimoku che recita Nichiren è diverso da quello delle epoche precedenti. È Nam-myoho-renge-kyo che comprende sia la pratica per sé, sia insegnare a praticare agli altri» (WND, 2, 986): da ciò risulta chiaro che recitare Nam-myoho-renge-kyo consiste di due aspetti: lo shakubuku, ovvero l’azione di far conoscere agli altri la pratica buddista, e il Daimoku.

Dovremmo anche chiederci: quanto è profonda la nostra preghiera davanti al Gohonzon? Più difficoltà incontriamo, più forte deve essere la nostra preghiera. Bisogna pregare come per “smuovere” la terra, con la decisione di spargere felicità intorno a noi. Una preghiera di questo tipo, che non si lascia influenzare da niente, ottiene sicuramente una risposta. Nam-myoho-renge-kyo è la medicina efficace per ogni tipo di problema, per realizzare la nostra e l’altrui felicità.

Durante il corso della Consulta a Cecina alla fine di gennaio, abbiamo sottoscritto e inviato al presidente Ikeda questa promessa: «Determino di sfidarmi in ogni momento nella mia personale, nuova rivoluzione umana». Facciamo nostra questa determinazione sfidandoci fino in fondo per rispondere alle aspettative del nostro maestro.

Proprio in questi giorni celebriamo il 16 marzo, il giorno di kosen-rufu. I membri della Divisione giovani si stanno impegnando nello shakubuku, condividendo con i loro amici il messaggio di pace di Nichiren Daishonin. Per tutti noi è l’occasione per decidere con ancora più convinzione di migliorare la nostra vita e mostrare agli altri la grandezza del Buddismo attraverso la nostra rivoluzione umana.
Nuovo rinascimento – 508 – 15 marzo 2013 ( fonte Panta Rei )

 

Illuminiamo le nostre sofferenze 

Le profondità dell’oceano rimangono calme e immutabili anche quando la superficie è agitata. Ci sono sia la sofferenza sia la gioia nella vita, ma il punto è sviluppare un io profondo e indomabile che non sia sballottato dalle onde. Chi fa così, riceve la «gioia senza limiti della Legge».

Tratto da: Buddismo e Società n° 118 pag. 12